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Quando vivevo in paradiso provavo a volte una sensazione di disagio.
Troppa bellezza mi imbarazzava e subito me ne facevo una colpa... vedevo me stessa inadeguata, sbagliata, impura perché quella luce così perfetta metteva in evidenza tutta la mia carenza di perfezione.
Vivo molto meglio all'inferno, nella caotica imperfezione delle infinite anime della città, cercando un orizzonte che non è mai uguale, che non è mai pulito ma sempre contaminato, da "eventi", polveri sottili o da grosse costruzioni, da specchi e boschi inventati che si riflettono l'uno nell' altro come a voler cercare una fusione ideale...
Ma più di tutto mi piace guardare la vita, le vite, la forza incredibile, l'energia e la fantasia che si ricrea ogni giorno, in un misto variegato che comprende il mondo. Con tutta la sua vitale imperfezione.
certo che possedendo un io forte e indipendente non si dovrebbe aver bisogno di nessuna conferma... potremmo attraversare la vita come treni scintillanti, sicuri di imbroccare sempre lo scambio esatto, avanti verso la meta...
no, non credo. Non credo che vada male retrocedere ogni tanto, anche molto spesso, guardarsi da fuori, domandarsi, domandare, ascoltarsi e ascoltare. Vero che non bisognerebbe farsi condizionare ma vero anche che le influenze spesso possono essere benefiche.
Vorrei continuare a percorrere mille sentieri, in compagnia della forza e della fragilità insieme, del dubbio e della certezza, insieme e contrari, così da produrre una combustione capace di azionare il mio motore vitale...
Non ricordo quando ho cominciato e non posso neanche dire che sia una prudenza nata dalle passate esperienze.
Già, perché ho sempre fatto così.
Sono sempre entrata nelle cose a capofitto, vero, ma tenendo un piede fuori.
Adesso che lo vedo da qui, dall'angolatura precisa di questa sera in cui ho perso l'agenda e quindi gran parte di me, mi è tutto molto chiaro.
Quel buttarmi dentro, veloce, ingoiando indecisioni, tenendo d'occhio la via di fuga.
Questo ho fatto, sempre o quasi. Niente è davvero letale, se se ne può uscire.
Coraggio poco, generosità zero. Risultati modesti.
Ora che lo so, ora che lo vedo, ora posso fare meglio.
Invece di andare, restare, migliorare, ricreare.
In una parola, crederci. Partendo da me.
Millesimi di felicità si nascondo dentro ogni bicchiere di dolore, si possono riconoscere, cercandoli, credendoci, con un po' di esercizio.
Più facile scorgere le larghe ombre di dolore capaci di oscurare la felicità, più difficile accettarle.
Accettarle come un'ombra indispensabile a mettere in luce tutta la bellezza. Ci vuole coraggio per questo, coraggio e devozione alla vita, la nostra vita, sicuri che ne faremo un gioiello meraviglioso.
Ecco, questo forse fa più paura, per questo ci vuole molto coraggio.
Capita che uno scivolone all'improvviso ti porti ad osservare le cose da un altro punto di vista, molto terreno direi, proprio spalmato sull'asfalto.
Non è la prima volta, no. Anzi anni fa ricordo di essere rimasta schiacciata a terra da uno schiacciasassi per quasi una settimana. Schiacciata contemporaneamente da una botta fisica e da una emotiva... ma mi sono rialzata. Da sola o quasi, non proprio da sola, confesso.
Questo scivolone però, così squisitamente fisico, mi costringe a fare compromessi con la mia stoica indipendenza... mi ha costretto finalmente a chiedere aiuto, ad ammettere che non sempre sono in grado di bastare a me stessa, ad aprire una falla. Evviva!
Possibile che sia così difficile accettare la propria debolezza? ...e comprendere che forse possiamo essere meritevoli di affetto e attenzioni anche quando non siamo proprio al massimo, anzi forse cercare e accettare aiuto non fa bene solo a noi ma anche a chi l'aiuto lo offre.
Sincerità e umiltà, semplicemente.
Già, facile no?
È vero, siamo animali in continua evoluzione. Per tutta la vita non smettiamo di crescere. Ogni momento con la sua curiosità diversa, con la sua fame diversa.
Credo che con gli anni si impari a trasformare la fame in appetito, forse perché si è già sazi di molto e quello che anima la passione non è più incontrollabile ma al contrario un raffinato piacere, il senso del gusto, sì.
Io ho sempre divorato senza troppe limitazioni e spesso senza saper digerire. Il bisogno di fare è stato così prepotente da condizionarmi spesso ad una comoda superficialità.
Per questo ora sono così stupita di questa nuova necessità di conoscere, imparare, cercare il nocciolo. Con calma.
È il desiderio maturo di fare bene ogni piccola cosa, senza fretta, dedicandomi.
Strano però che la fretta si allontani proprio quando il tempo si restringe, strano e bello.
Quando il fondo del pozzo si allontana ed io risalgo, ogni volta che risalgo, mi prende un senso di perdita.
Mi rallegro è vero per il successo della risalita, per la gioia della guarigione, del benessere, della gratificazione.
Sì.
Ma accanto mi cresce una piccola nostalgia, come se solo la difficoltà, l'affanno, il dolore, possano tirare fuori il meglio di me.
C'è del vero in tutto ciò, certo... ma io credo ci sia anche del sbagliato.
Lo sbaglio di non vivere nel momento, godendone di ogni sfumatura, mangiandone senza paura del mal di pancia.
Tutti i pensieri vanno a rimestare lì, nel pentolone della vita passata, non riescono a dimenticare gli errori e gli orrori, le delusioni e le sconfitte. I miei pensieri hanno paura della felicità, hanno paura di essere annientati dalla felicità.
Così cerco sulla tastiera il punto esatto dell'oggi, anzi di ora.
Un piccolissimo punto che è già diventato passato.