sabato 10 giugno 2017

Vinci su te stessa e sii felice


Quella volta me la ricordo bene.
In realtà ero convinta di aver già avuto la mia vittoria, ero passata dall'essere spalmata a terra azzerbinata, ad una posizione molto più elevata: avevo conquistato l'indipendenza e ora avevo la mia sedia, potevo mettermi seduta e non permettere più a nessuno di calpestarmi.

Da qualche tempo infatti pensavo di essermi messa al sicuro, infilata in un preservativo gigante mi proteggevo dalle possibili contaminazioni affettive, dal dolore ma anche dalla gioia.

Nutrivo la mia vanità con la compiacenza e ignoravo completamente il senso della compassione.

Ma stavo bene, o così pareva, piuttosto allegra e spiritosa, anche se un po' defilata, con un piede sempre fuori dalla porta.
Scansavo le contraddizioni, le complicazioni e il confronto.
L'idea di affrontare altre difficoltà non mi piaceva per niente e alla prima percezione di dolore avevo già pronta la mia via di fuga.

Però quella volta me la ricordo bene. Avevo deciso di provare ad alzare un po' l'asticella, cominciavo ad osare pensare di meritarmi una felicità meno effimera, una felicità autentica, solida.

Con questo pensiero in mente quella mattina, non solo mi ero alzata un'ora prima e avevo fatto un'ora di Daimoku, ma avevo anche deciso che qualunque cosa fosse successa avrei continuato a farlo per almeno un anno. E poi ancora, per tutta la vita.

Non avevo più pensato “per tutta la vita” da un sacco di tempo e già questo mi fece sospettare di aver dato il via a qualcosa di inarrestabile...

Poi il resto venne da sé: cominciai con l'alzarmi completamente in piedi e spalancando la porta scoprii che non avevo più bisogno di nessuna via di fuga.

Provai a guardare la mia vita dall'alto per capire cosa dovevo cambiare e vidi che era già cambiata.

Sì, quel giorno avevo accettato le conseguenze del mio desiderio di andare oltre al quieto vivere, di aprire il cuore e accogliere gioia e sofferenza.

Non volevo più scappare, avevo vinto su me stessa.


Produrre dolcezza


domenica 26 febbraio 2017

pisolino

foto Leo Torri

il momento  in cui il sole entra nella mia stanza
mi aggiusto nella porzione esatta di spazio
per averlo sulla pelle
per un delizioso leggero sonno
un pisolino insomma
alcuni minuti o poco più
fino a quando lui
non si stancherà di baciarmi

venerdì 6 gennaio 2017

così




Naviglio Grande 1 gennaio 2016
Cosi sono scivolata dentro all'anno nuovo quasi senza accorgermene
Senza scrivere parole
Senza fotografare nuovi istanti
di mari o di tramonti
di luci e cibi di colori e sapori

semplicemente così...
naturalmente.
Mi sento triste per questo?
Oh no, nient'affatto!

domenica 6 novembre 2016

elogio della pazienza



L'arte della pazienza non ha nulla a che fare con il sopportare anzi, non prevede nemmeno un uff...
È solo prendere la strada più lenta, che non è quella che arriva dopo ma è la panoramica.
Insomma, l'arte della pazienza è quella di godersi il viaggio, qualunque sia.
Per questo mi piace camminare, sognare e fare i cioccolatini.

domenica 4 settembre 2016

pensieri ri-emergenti

                                                           Scuola del fiume 3

Reinventarsi di sana pianta ogni giorno.
Dimenticare l'esperienza del giorno prima per trovare una nuova strada.
Intatta, come appena dopo una nevicata.
Non abituarsi a nulla, non all'amore e neppure al disamore.
Resta in silenzio, ascolta, cerca...

mercoledì 29 giugno 2016

un lento abbandono


Alla fine l'ho fatto. 
L'ho lasciata.  Abbandonata.
Erano mesi che ci giravo intorno ma non sapevo come fare. Pensavo ancora che forse avremmo potuto recuperare, superare la crisi e scoprirci più innamorate che mai.
Ogni giorno però il distacco cresceva. 
Ad un certo punto l'ho anche liberata, niente più lucchetto, che poi era anche assurdo: un ridicolo lucchetto viola che non poteva certo dissuadere un onesto ladro di biciclette. 
Ma lei no, lei non se ne voleva andare.
Ogni mattina me la ritrovavo pronta sulla rastrelliera: rimasta lì, anche senza essere chiusa, mentre altre pur dotate di Kryptonite, avevano già preso il volo.
Le dicevo: " vai, fatti una vita tua, lasciati andare, fatti prendere..." ma lei no, lei resisteva. Mi aspettava.
Pensava, con quel suo cervello cigolante e arrugginito, che forse, se si fosse dimostrata capace di aspettarmi, prima o poi sarei rinsavita, superando quella stupida infatuazione per i miei piedi e tornando  in sella. 
Invece hanno vinto loro, i miei piedi, dimostrandole che non si trattava di semplice infatuazione ma di Vero Amore.
Con loro vado dappertutto, che piova o ci sia il sole, anche con la gonna stretta. Qualche volta saliamo su di un tram di corsa e per un tratto restiamo semplicemente a guardare.
Loro mi seguono - o mi precedono?- in silenzio su e giù per marciapiedi, mostrando a volte segni di contenuta intolleranza quando si trovano a condividere il loro spazio appena conquistato con centinaia di ruote...
Saranno stanchi penso mentre mi portano su per le scale alla fine della giornata. 
Sì, stanchi ma felici, se la godono sotto la doccia, liberi e senza lucchetto.