Sabato mattina, le sette e mezza. Pedalo in mezzo a un traffico quasi inesistente. Piazza della Repubblica, Viale Tunisia, Viale Regina Giovanna. C'è un macchinone scuro e molto lungo che mi ritrovo ad ogni semaforo, sembra che siamo sincronizzati. Io parto in leggero anticipo e dopo poco lui mi accosta e mi supera. Dopo un bel pezzo mi rendo conto che non è altro che un carro funebre ed è solo. Nessuno lo segue. Nessuno accompagna questo morto al cimitero. Solo io. Allora decido di allungare un poco la mia strada per fargli compagnia, non dev'essere piacevole il passaggio in solitudine. E' così che senza accorgermene mi commuovo e mi sento gli occhi pieni di lacrime vere. Come una mediterranea prefica prezzolata piango per un morto sconosciuto. Chissà se ne avrà qualche beneficio. Poi gli sorrido, faccio ciao con la mano e imbocco via dei mille. Felice di questo fuggevolissimo incontro.
Parole che non oso nemmeno pensare.
Eppure più volte le ho accarezzate, le ho desiderate. Solo per poi sfuggirle.
Ci vuole coraggio, lo so.
Ma ci vuole anche la follia? O forse possiamo farne a meno?
Come abbiamo sempre fatto.
Nella purezza di un equilibrio che non è mai del tutto pulito.
Oggi ho ritrovato queste parole, sublimi e inquietanti, vere. Non riesco a ricordare per quale strada sono entrate nella mia memoria e non riesco a scoprire quasi nulla su di lui: Jeremy Luedtke.
L'Invito
Non mi interessa che cosa fai nella vita.
Voglio sapere ciò che desideri, e se osi sognare
di sentire il desiderio intenso del tuo cuore.
Non mi interessa quanto sei vecchio.
Voglio sapere se rischieresti di apparire pazzo per amore
per il tuo sogno, per l'avventura di essere vivo.
Non mi interessa quali pianeti stanno squadrando la tua luna.
Voglio sapere se hai toccato il centro del tuo intimo dolore,
se ti sei aperto ai tradimenti della vita
o se ti sei seccato e chiuso in te per la paura
e per non sentire ulteriore dolore.
Voglio sapere se puoi sederti e stare con il dolore, il mio dolore e il tuo,
senza cercare di spostarti per nasconderlo o ridurlo o imprimerlo in te.
Voglio sapere se puoi stare con la gioia, la mia gioia e la tua gioia,
se puoi ballare con impeto e lasciare che il trasporto ti riempia fino alla punta delle dita,
fino ai piedi senza controllarti, senza essere realistico, senza ricordare
le limitazioni dell'essere umano.
Non mi interessa se la storia che mi stai raccontado è vera.
Voglio sapere se sei capace di deludere un altro per essere veramente te stesso;
se puoi sopportare l'accusa di tradimento e non tradire la tua stessa anima;
se puoi essere infedele e tuttavia leale.
Voglio sapere se puoi vedere la bellezza anche quando il quotidiano non è piacevole,
e se riesci comunque a trarre nutrimento per la tua vita dalla sua presenza.
Voglio sapere se puoi convivere con il fallimento, il tuo e il mio,
e restare sul bordo del lago a osservare l'argento della luna piena e gridare "si"!
Non mi interessa dove vivi e quanto denaro hai.
Voglio sapere se puoi alzarti, dopo una notte di dolore e disperazione,
pur stanco e ridotto all'osso e fare quello che devi fare per dare da mangiare
ai tuoi figli.
Non mi interessa chi conosci e come sei arrivato fino qui.
Voglio sapere se rimarrai nel centro del fuoco con me senza fuggire.
Non mi interessa dove o che cosa o con chi hai studiato. Voglio sapere
ciò che ti sostiene, dall'interno, quando tutto il resto ti crolla addosso.
Voglio sapere se puoi stare veramente solo con te stesso
e se ti piace veramente la compagnia
nei momenti di vuoto.
J. L.
Si può confondere un sorriso con uno sguardo. Uno sguardo con un desiderio. Si, si può confondere. Si può confondere una lacrima con l'acqua di mare e un singhiozzo con una risata. Oppure il senso di vuoto con la fame. Si, si può confondere. Si può confondere il desiderio con la volontà e la speranza con la certezza. Si possono confondere i sogni, con altri che non ci appartengono. Si possono confondere i sogni con la realtà e la realtà con l'immobilità. Ogni giorno ci si può confondere, le carte si possono rimescolare. Si può giocare un'altra mano. Ogni giorno. Si, si può fare. Una sola cosa devi stare attenta a non confondere. Non puoi confondere l'assenza d'amore con la negazione di valore. Del tuo valore. Etty Hillesum parlava di persone che possono avere molta anima e nessun sentimento. E io non capivo. Adesso si, adesso capisco perfettamente. Si può avere anima e nessun sentimento ma anche viceversa, molto sentimento e niente anima. Non saprei cos'è peggio. Non saprei cos'è meglio. So quello che voglio. Anima e sentimento. Cuore/Testa/Pancia. Tutto. Anema e Core.
La mia fantasia ama elaborare complicate trame, immagina vite avventurose nascoste all'ombra della quotidianità e giorno dopo giorno riesce ad immaginare un film dove perlomeno tre diversi finali assolutamente inverosimili scalciano per per prendersi l'onore dell'epilogo. Poi all'improvviso la realtà si manifesta. Ed lì, indifesa davanti ai tuoi occhi, così semplice da farti tenerezza, così mite da farti spuntare un sorriso insieme alle lacrime. E' solo la vita. Non serve difendersi, fare la furbetta e circondarsi di aer-bag. Non è necessaio niente di tutto ciò. Basta viverla.
A questo pensavo ieri, ferragosto. Avevo resistito per tutta la primavera e gran parte dell'estate. Ero stata zitta. Poi, non so cosa mi è preso, ho cominciato a vantarmi. Probabilmente è stato solo un eccesso di vanità. Il fatto è che ad un certo punto ho comiciato ad andare in giro a dire che io quest'anno non avevo fatto nemmeno un raffreddore. Ed eccolo lì, potente e debilitante. Si è affacciato sabato e si è manifestato in tutto il suo ottenebrante splendore domenica. Con tanto di febbre, febbre vera, 38°. Proprio a me che per farla salire dovevo strusciare il termometro con la coperta di lana. Ebbene si, mi sono tirata addosso un'influenza con tutti i crismi. Ma nonostante la febbre e la debilitazione lo spirito della portinaia non si è arreso. Quindi stamattina, vestita come una vera portinaia racchiona in pieno inverno, ho inforcato la mia bicicletta e mi sono precipitata in guardiola. Guardiola dormiente a dire il vero. Meglio, così posso continuare i miei sogni.
Una giornata di tardo autunno a ferragosto. Può sgomentare lo so. Così mi sentivo infatti al risveglio. Oltre tutto il telefono era muto da tempo immemore, al punto da costringermi più volte a squoterlo solo per vedere se ancora respirava. Poi il pensiero del Faro è arrivato, come tante altre volte, in mio soccorso. E' arrivato con il suo messaggio, chiaro. La pioggia chiude il sipario regalandomi intimità. Io ed io, in perfetto accordo. Ci capiamo al volo. Così il Faro riprende vita e tutti i personaggi tornano a fare la loro parte. Nel comprendere come nel creare.
Il Grande Fuxganghero aveva quasi terminato il suo lavoro annuale. Tutti gli anni era la stessa storia, gli toccava andare a prendere il grande temperino galattico e rifare le punte alle stelle. Poi aspettava la notte, e quando il buio era sufficientemente scuro, rovesciava i trucioli sulla Terra. E fin qui poco male. Il dramma veniva subito dopo, quando finalmente pronto per azzannare la sua fetta di anguria, veniva sommerso da una fitta gragnola di desideri che lo costringeva a mollare la presa lasciando l'anguria a galleggiare nel cosmo. Poi, come se non bastasse, c'erano le ribelli. Lui avvertiva la loro presenza in fondo al sacco ma, come ogni anno, tentava di ignorarle, dicendosi che in fondo non erano che una sparuta minoranza. Le ribelli, altrimenti dette Stelasse, erano le stelle morbide, dalle punte stondate. Le Stelasse riuscivano ad evitare il tremendo temperino galattico, non producevano trucioli e ballavano da sole. Ogni anno, dopo che infiniti desideri andavano in mille pezzi cozzando contro il Grande Fuxganghero, loro si prendevano per mano e davano inizio alle danze. La notte ormai era agli sgoccioli e quelli rimasti col naso in su davvero pochi. Ma una cosa era certa: chi fosse riuscito a vedere una Stelassa danzante la notte di San Lorenzo avrebbe realizzato qualsiasi desiderio.